11-09-2026
Quando un ragazzo dice: Non ce la faccio più
Prevenire il suicidio in adolescenza significa imparare ad ascoltare molto prima dellemergenza
Il 10 settembre ricorre la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. È una giornata che inevitabilmente porta con sé parole difficili: suicidio, morte, autolesionismo, disperazione. Parole dalle quali, soprattutto quando riguardano ragazzi molto giovani, verrebbe spontaneo proteggersi. Eppure prevenire significa anche riuscire a pronunciarle. Perché quando parliamo di prevenzione del suicidio tra ragazzi e ragazze delle scuole medie e superiori, non stiamo parlando soltanto di ciò che possiamo fare nel momento dell′emergenza. La prevenzione comincia molto prima. Comincia dalla possibilità, per un ragazzo, di poter dire: "Non sto bene." "Non ce la faccio più." "Ho paura di quello che penso." "Non voglio andare a scuola." "Vorrei sparire." E di trovare dall′altra parte un adulto capace di rimanere lì. ADOLESCENZA NON SIGNIFICA NECESSARIAMENTE STARE MALE L′adolescenza è per sua natura un periodo di trasformazione. Il corpo cambia, le relazioni acquistano un peso enorme, il giudizio degli altri diventa particolarmente importante, aumenta il bisogno di autonomia e contemporaneamente rimane forte il bisogno di sentirsi protetti. Un adolescente può avere giornate in cui si chiude nella propria stanza, momenti di forte irritabilità, conflitti con i genitori, delusioni sentimentali che sembrano occupare tutto lo spazio disponibile. Non ogni sofferenza adolescenziale è un segnale di un disturbo psicologico. Ma questo non significa che ogni sofferenza debba essere liquidata come una fase. La domanda utile non è soltanto: Questo comportamento è normale alla sua età? Possiamo chiederci anche: Quanto sta soffrendo questo ragazzo? E soprattutto: Quanto riesce ancora a stare dentro la propria vita? I RAGAZZI NON SEMPRE DICONO "STO MALE" A volte immaginiamo che una richiesta d′aiuto sia facilmente riconoscibile. Non sempre lo è. Il disagio può assumere molte forme. Può esserci un progressivo ritiro dagli amici, un improvviso calo scolastico, la perdita di interesse per attività che prima erano importanti, una forte alterazione del sonno, irritabilità persistente. Possono comparire comportamenti autolesivi, uso di sostanze, comportamenti molto rischiosi o parole ricorrenti sulla morte, sul desiderio di scomparire, sulla sensazione di essere un peso per gli altri. Ma talvolta il messaggio è ancora più nascosto. Lasciatemi stare. Tanto non importa. Non voglio più andare a scuola. Non cambia niente. Dietro un comportamento difficile può esserci qualcosa che il ragazzo non riesce ancora a raccontare. Per questo, prima di chiederci soltanto come faccio a farlo smettere?, qualche volta vale la pena domandarci: Che cosa sta cercando di comunicarmi? NON ASPETTARE CHE DIVENTI ABBASTANZA GRAVE Uno degli errori che possiamo commettere come adulti è aspettare. Aspettare di capire se passa. Aspettare che il ragazzo chieda esplicitamente aiuto. Aspettare che la situazione diventi sufficientemente grave da giustificare l′intervento di qualcuno. Ma un adolescente può avere moltissime ragioni per non chiedere aiuto. Può avere paura di preoccupare i genitori. Può vergognarsi. Può pensare che nessuno capirebbe. Può temere di essere giudicato. Oppure può semplicemente non avere ancora le parole per spiegare ciò che gli sta succedendo. Non dobbiamo aspettare una richiesta perfettamente formulata per avvicinarci. POSSIAMO CHIEDERE ANCHE CIÒ CHE CI FA PAURA C′è una domanda che molti adulti temono: Hai mai pensato di farti del male? Oppure: Ti è capitato di pensare che preferiresti non esserci più? A volte si teme che parlare direttamente di suicidio possa suggerire quell′idea a un ragazzo. Non è così. Quando esistono segnali che fanno pensare a una sofferenza importante, fare domande dirette e rispettose può permettere a un adolescente di raccontare qualcosa che fino a quel momento ha portato da solo. Naturalmente non significa trasformare un genitore o un insegnante in uno psicologo. Significa non avere paura di aprire una porta. E, se ciò che emerge desta preoccupazione, significa non lasciare il ragazzo solo con quella sofferenza e chiedere rapidamente l′aiuto di professionisti e servizi sanitari. LA PREVENZIONE PASSA ANCHE DALLA SCUOLA Tra la scuola media e quella superiore una parte enorme della vita si svolge dentro la scuola. E proprio lì possono diventare visibili alcuni cambiamenti. Assenze sempre più frequenti. Un ragazzo che improvvisamente smette di parlare con i compagni. Un rendimento che precipita. Crisi d′ansia. Pianti. Conflitti continui. Un ragazzo che non riesce più a entrare in classe. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, significa necessariamente che esista un rischio suicidario. Ma può significare: Qui c′è qualcosa che merita attenzione. Per questo prevenire significa costruire una rete tra ragazzi, famiglia, scuola e professionisti. Non aspettare che qualcuno diventi il caso. DOBBIAMO INSEGNARE AI RAGAZZI CHE CHIEDERE AIUTO UNA COMPETENZA Forse questa è una delle cose più importanti che possiamo fare. Per anni abbiamo cercato di insegnare ai ragazzi a essere autonomi, forti, capaci di cavarsela. Dovremmo insegnare altrettanto chiaramente che esistono momenti nei quali cavarsela significa chiedere aiuto. Dire a un amico che qualcosa non va. Parlarne con un genitore. Cercare un insegnante di cui ci si fida. Rivolgersi allo psicologo scolastico. Chiedere un supporto professionale. E dovremmo insegnare anche ai loro amici una cosa fondamentale: un segreto che riguarda la sicurezza di qualcuno non è un segreto da custodire da soli. Se un amico racconta di volersi fare del male o di non voler più vivere, cercare un adulto non significa tradirlo. Significa proteggerlo. LA PREVENZIONE COMINCIA MOLTO PRIMA DELL′EMERGENZA Prevenire il suicidio non significa riuscire a prevedere ogni gesto. Significa costruire intorno ai ragazzi una cultura nella quale la sofferenza possa essere vista prima di diventare insostenibile. Significa avere adulti che sappiano accorgersi. Scuole che sappiano ascoltare. Famiglie che possano chiedere aiuto senza sentirsi fallite. Servizi psicologici e sanitari realmente accessibili. E ragazzi che sappiano che esistono parole anche per i pensieri più difficili. Forse possiamo partire proprio da qui. Dal far sapere a un adolescente: Puoi raccontarmi anche le cose che pensi io non voglia sentire. Perché a volte prevenire significa esattamente questo: esserci abbastanza presto.